nella Città Metropolitana Milanese

Papa Francesco, Terra Casa Lavoro

Non sono avvezzo a tirare per la giacca e a citare frasi estrapolate dei Pontefici per giustificare posizioni politiche ma,dopo il grande ascolto che ha avuto anche a sinistra, l’enciclica di Papa Francesco ”Laudato si”, ora siamo di fronte a un nuovo piccolo fatto straordinario. Il quotidiano comunista il Manifesto veicola e propone i discorsi di Papa Francesco ai movimenti popolari. E anche stavolta si è aperto un dibattito franco e molto interessante sulle pagine del quotidiano che leggo da anni. Ha cominciato Luciana Castellina nel presentare il volumetto edito da Ponte alle Grazie e curato da Alessandro Santagata. Il 4 ottobre con un articolo da titolo “Perché sentiamo nostro il suo messaggio” Castellina si chiede:

Rivoluzione in Vaticano, dunque (e al manifesto)? No, ma per la Chiesa certamente una discontinuità forte, pratica e teorica.Il comunismo non c’entra ma il focus significante delle parole del papa ha certo a che fare con i movimenti rivoluzionari. E poi conclude Se il manifesto veicola i discorsi di papa Francesco, non è per ospitalità, o per strumentale ammiccamento. È perché questo suo messaggio lo sentiamo nostro. Utile anche ai nostri lettori. Molti generosamente impegnati nella solidarietà, e però spesso, per disillusione, ormai scettici verso la politica.

Il dibattito continua  con  un  intervento  interessante a cui rimando di Nichi Vendola il 5 ottobre: “Un profeta che non usa la fede come ammortizzatore”:

La radicalità evangelica del magistero di Papa Francesco è, in tutta evidenza, il contrario di una deriva integralistica o mistica. E, nel contempo, a differenza da ciò che lamenta l’ala tradizionalista del cattolicesimo, non ha alcuna soggezione verso le seduzioni della secolarizzazione. Le sue parole vanno diritte al cuore delle cose ed esibiscono fastidio per gli eufemismi che spesso le cose le manipolano o le anestetizzano…Quella radicalità coglie la radice dei mali del secolo e non usa la fede come «ammortizzatore sociale». Anzi. Il suo incontro con gli «ultimi» diviene scontro con i «primi», ovvero conflitto aperto con quelle gerarchie socio-economiche che presentano la diseguaglianza come natura e che, nel migliore dei casi, prevedono «politiche sociali» di contenimento neo-caritatevole della povertà.

E poi il 6 ottobre Guido Viale col suo articolo :”La terra di Bergoglio. Contro la ubris del dominio sulla natura”.

Babel di Z.Bauman e E.Mauro

Ho imparato a conoscere Z.Bauman  con il libro "Voglia di comunità" e poi con "il demone della paura", ora con Babel, scritto con E.Mauro ho cercato di comprendere la sua lettura di un tempo contemporaneo indecifrabile e babelico. A partire dalla consapevolezza che la democrazia ( che avevamo conosciuto) non è più la stessa e che  non basta a se stessa. Ma lascio all'editore una presentazione più sintetica e puntuale della mia:

"Viviamo in mare aperto, sotto l'onda continua, senza un punto fermo e uno strumento che misuri il peso e la distanza delle cose. Nulla sembra stare più al suo posto, molto sembra non avere più un suo posto. Non vediamo la direzione di marcia, così solchiamo un territorio sconosciuto, in ordine sparso. I principi che hanno sostanziato l'ethos repubblicano, quel sistema di regole che ha orientato i rapporti di autorità e le modalità della loro legittimazione, i valori condivisi e la loro gerarchia, fino ad arrivare al nostro comportamento e ai nostri stili di vita, devono essere ripensati alla radice perché non sembrano più adatti all'esperienza e alla comprensione di un mondo che ha subito la più travolgente dilatazione spaziale e al contempo l'inedita connessione globale."

Lettera a una professoressa

Lettera a una professoressa di Lorenzo Milani
Curatore: Scuola di Barbiana
Editore: Libreria Editrice Fiorentina
Collana: Scuola familiare
Anno edizione: 1996
Pagine: 166 p., Brossura

In qualunque modo sia stata letta o riletta La lettera a una professoressa io la lessi, insieme a tanti miei coetanei, come la denuncia di una scuola di classe e la proposta semplice di una scuola antiautoritaria. Per questo ne consiglio comunque la lettura -senza mitologie e senza ritrosie con l'avvertenza di una contestualizzazione nell'Italia di allora. Era il 1967. Certo non mancano i motivi di una lettura critica, come ha fatto Sebastiano Vassalli, ma io penso che i meriti di fondo di quel testo siano ancora tutti presenti.
D'altro canto non si può certo dire che il cinquantesimo anniversario della morte di don Lorenzo Milani e dell’uscita di Lettera a una professoressa sia passato sotto silenzio. La pubblicazione delle opere complete insieme a celebrazioni, articoli, polemiche talvolta pretestuose e perfino un pellegrinaggio di papa Francesco – ci ricorda che la figura del priore di Barbiana ancora brucia.
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