nella Città Metropolitana Milanese

Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei

In tempi di coronavirus avverto due sentimenti contrastanti. Da un lato la pena e (a volte) l’angoscia degli affetti che subiscono un “distanziamento”. ” Oggi sembra che l’unico riparo dalla paura sia stare in casa. Chiusi, separati. Tutti separati. Questo avrà conseguenze su tutti noi”( E.Macaluso). Dall’altro la voglia di investire la risorsa tempo per “capire che nelle piccole cose c’ è il nostro tesoro” (Papa Francesco). Cerchiamo di dare valore alle piccole cose della semplicità e della autenticità, nel nostro quotidiano.

Io direi per dare valore alle piccole cose che ci rendono umani. Tra queste ho la fortuna (e l’educazione) di avere la lettura. Un dono che non tutti hanno, o hanno potuto avere. Le poche righe che ho pensato non vogliono essere micro recensioni e nemmeno (forse) consigli di lettura ma piuttosto una semplice ”lista” che, come ricordava Umberto Eco ha per sua natura una dimensione potenzialmente infinita. Perché la lista “suggerisce quasi fisicamente l’infinito, perché di fatto esso non finisce, non si conclude in forma”. E ogni individuo, ogni uomo e ogni donna, ha una sua personale lista, quasi come l’impronta delle dita. Provo raccontare la mia, di questi giorni. E invito i miei (4) lettori, se vorranno, a scrivermi della loro lista in questi momenti di forzata solitudine.

In queste settimane di “take care and stay home” ho terminato il libro di Gianni Zanolin,”Il senso del limite”, pubblicato nella collana Nero Rizzoli, 2019. Zanolin è stato assessore alle Politiche sociali della Città di Pordenone ed è l’inventore del commissario Vidal Tonelli. L’autore arricchisce quella sterminata tradizione italiana del noir regionale che vede ormai tantissimi autori, non tutti di valore, mescolare indagine investigativa e ambientazione sociale. In questo noir si sente la connotazione “regionale” della sua scrittura e l’eco di certi miti del nord-est. Intrigante e avvincente l’indagine come la descrizione della provincia friulana, debole la conclusione.

Vi cito l’incipit:

“Quando Dino Lorenzi, il sindaco di Pordenone, viene trovato morto nel suo ufficio in un’umida alba di novembre, sembrano non esserci dubbi: si tratta di suicidio. Ma dove sono finiti il computer e i cellulari del sindaco? In Comune si respira un’aria pesante e sono troppi i dettagli che non tornano, tanti i particolari che non convincono un segugio come il commissario Vidal Tonelli”.

Di Sandor Marai ho letto “Braci”, edito da Adelhi, 1998 e ne sono stato entusiasta. E’ un grande della letteratura mitteleuropea, con una capacità di scrittura emotiva e introspettiva di non comune spessore. Marai è capace di rendere appassionante e avvincente il “monologo” di un vecchio generale ottantenne che sente avvicinarsi la fine della sua vita e del suo mondo. Ma la vita ritorna nella memoria con i suoi drammi, le gelosie, l’amicizia. La vita e il destino che sono più forti delle risposte e delle domande che ci facciamo.

Vi racconto l’incipit:

“In mattinata il generale si soffermò a lungo nella cantina del vigneto. Vi si era recato all’alba insieme al vignaiolo perché due botti del suo vino avevano cominciato a fermentare. Quando finì di imbottigliarlo e fece ritorno a casa, erano già le undici passate. Ai piedi delle colonne, sotto il portico lastricato di pietre umide ricoperte di muffa, lo attendeva il guardacaccia, che porse una lettera al padrone appena arrivato”.

Di Gianni Biondillo ho letto “Come sugli alberi le foglie”, Guanda, 2016. Ho superato qualche ritrosia nelle prime pagine piene di suggestioni e informazioni da romanzo storico. Poi invece la scrittura è diventata più fluida e piacevole. E’ la storia di Antonio Sant’Elia , architetto  futurista i cui disegni hanno ispirato le scenografie del film  Metropolis di  Fritz Lang, in quell’avventura tremenda della prima guerra mondiale. Il romanzo si snoda su due momenti temporali: prima della grande guerra e alla “fronte”, dentro a quella che si rivelerà non la guerra purificatrice e rigeneratrice dei futuristi ma solo “fango e merda” della vita di trincea.

Vi anticipo l’incipit:

“Il bambino è seduto in fondo al negozio. Ha le spalle appoggiate al muro e una risma di fogli sulle ginocchia nude. Sembra più piccolo della sua età, quasi gracile, ma già s’intuisce che il suo copro sta per germogliare, vigoroso. Scarabocchia concentrato, ogni tanto arrotola un riccio ramato attorno al portamine. Sono i momenti dove dubita del suo segno, o dove la sua mente si perde. Poi riprende a disegnare, di slancio. La punta della lingua fa capolino dalle labbra, in basso, a sinistra.

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