nella Città Metropolitana Milanese

Paradossi democratici & Sfumature sinistre I nodi al pettine/3 e fine. di Marco coloretti

MColoretti-150x150Pubblichiamo l’ultima parte della riflessione del consigliere comunale Marco Coloretti sulle primarie del centrosinistra di Milano. ” Le primarie milanesi hanno decretato Giuseppe Sala candidato sindaco del centrosinistra, e quindi ha vinto il PD che lo sosteneva. Ma per il PD sarebbe stata una vittoria anche con Majorino (con una lunga storia di militanza e di rappresentanza istituzionale del partito) e persino con Balzani (già eurodeputata PD e membro degli organismi direttivi locali). Insomma, impossibile perdere. Eppure, a mio avviso, il paradosso è che il PD milanese non ha vinto, e che, a conti fatti, nemmeno il PD che ha vinto può stare tranquillo. La distinzione dei “due PD” di cui parlo non ha una matrice ideologica o di corrente. Il problema che avverto riguarda lo schema da cui sono nate le due candidature, e quindi la rappresentazione che, anche loro malgrado, hanno rivestito. Non c’è dubbio che la candidatura Sala nasce dentro un quadro politico “nazionale”, non solo per il solido sostegno garantito dalla direzione romana (e la manifesta simpatia di Renzi) ma anche per il precedente che si era registrato nella fase iniziale della campagna milanese. Mi riferisco alla candidatura di Fiano (do you remember Emanuele?), la cui natura si è rilevata alla fine esattamente come lasciava pensare all’inizio: una mossa di contrasto all’unica candidatura presente, quella appunto di Pierfrancesco Majorino (non a caso, Fiano ha annunciato l’immediato ritiro dalle primarie una volta avuto l’assenso di Sala a candidarsi). Majorino rappresentava e ha continuato a rappresentare in maniera coerente non solo una continuità di progetto con l’esperienza di governo Pisapia, ma anche la possibilità di uno sviluppo autonomo a livello territoriale dell’esperienza del centrosinistra milanese. Esattamente ciò che non era gradito alla direzione nazionale. La candidatura di Sala invece rispondeva a pieno a quello che io definirei il “partito del governo”, cioè una estensione anche a livello dei territori di un progetto di governo “nazionale” che non punta tanto sullo schema delle alleanze (non per ora) o sulla natura del PD come “partito della nazione” (ancora no) ma che stabilisca una sintonia di rappresentanza istituzionale e di classe dirigente locale con l’azione del governo in carica. Anche sacrificando le peculiarità territoriali e la continuità amministrativa che in questi anni si è prodotta, a Milano come altrove. In questo schema Majorino non era collocabile, non tanto per la sua distanza dal premier quanto per la sua tenacia a voler rimarcare un’autonomia del territorio nell’elaborazione politica e nella progettualità amministrativa. Insomma, una candidatura fuori stagione, che il PD milanese nella sua maggioranza non ha sostenuto, accettando invece (e disciplinatamente) una candidatura “esterna” (Sala non è un iscritto) ma coerente con il profilo “di governo” a cui il PD tiene. A scapito di una matrice “di territorio” che ha sempre rappresentato un punto di forza nell’azione politica e progettuale del partito, e che oggi registra un preoccupante arretramento che può divenire un altro nodo con cui deve fare i conti il candidato sindaco Giuseppe Sala. *** In tutto questo, che ruolo ha giocato il sindaco uscente Pisapia e l’ala sinistra del centrosinistra milanese? Intanto, stiamo sui fatti. Ci sono più sinistre (non solo a Milano) che, se nel 2011 si sono compattate intorno alla figura di Pisapia sindaco, cinque anni dopo hanno marcato differenze di percorso e di valutazione (locale e non) che le ha viste ancora una volta dividersi. Gli scenari nazionali (ma anche diatribe cittadine) hanno prodotto una frattura non solo tra sinistra radicale e riformista, ma anche nel campo della sinistra riformista si sono registrate defezioni importanti (Civati, una parte di SEL, Fassina e Cofferati) che hanno indebolito il quadro della sinistra alleata al PD. Pisapia, in un intervento di fine estate, parlando della sua successione ebbe a dire: “Dobbiamo scegliere un candidato per Milano che non sia solo il più vicino a noi ma che sia soprattutto in grado di vincere le elezioni”. Una versione milanese del celebre aforisma maoista “non importa se il gatto sia bianco o nero, l’importante è che prenda il topo”. A me è sembrato chiaro fin da subito chi fosse il gatto (anche ai cinesi di via Paolo Sarpi), quando ancora le candidature erano incerte (ma con Sala si stava già interloquendo), tranne una (Majorino). Partendo da questi due fatti (la frantumazione della sinistra dentro il centrosinistra, l’emergere di una candidatura “esterna” forte e sponsorizzata dal PD nazionale), io credo si sia prodotta una convergenza tra l’azione “di governo” nazionale e la strategia del sindaco, che non ha riguardato tanto Milano ma ad un progetto più politico anche questo di natura “nazionale”. Cioè come riorganizzare il campo della sinistra interna al centrosinistra a partire da Milano ma con l’obiettivo di presentarsi su scala nazionale in grado vuoi di contrastare la deriva dal PD “partito della nazione” vuoi di raccogliere i consensi di chi non sarebbe disposto a seguire il PD in questa trasformazione. La candidatura Balzani è servita a misurare questa forza e al contempo ad ancorare (per quanto riuscirà) l’ala sinistra del centrosinistra dentro lo schema di governo milanese, anche a guida Sala (che per il sindaco è sempre stato un candidato idoneo). Non a caso, si sta già parlando di una lista “arancione” come pilastro sinistro della coalizione, al cui centro c’è il PD milanese e sull’altro lato una lista civica ispirata dal candidato sindaco (più satelliti vari). E Majorino? Ancora una volta la sua presenza anche da sinistra è stata registrata come “fuori tempo”. Anche nel campo della sinistra dentro il centrosinistra sono prevalse logiche “nazionali” che hanno isolato l’unico candidato che ha cercato di portare su di sè una peculiarità territoriale e un’idea di centrosinistra collegata all’esperienza maturata in questi anni di governo della città, come una ricchezza da spendere non solo sul piano amministrativo ma anche della crescita del PD dentro un quadro moderno di centrosinistra che però avesse radici profonde nella sua idealità e nel suo profilo programmatico. Una crescita autonoma sia dagli schemi “di governo” cari al PD di Roma sia dagli schemi di politica “nazionale” cari a Pisapia. Di certo, Majorino è il vero sconfitto di queste primarie. Eppure oggi per vincere le elezioni io sono convinto andrebbe recuperata proprio la peculiarità territoriale che per una ragione o l’altra si è dispersa. Peculiarità che significa non solo capacità di amministrare ma anche una idea di sviluppo della città e di garanzia degli interessi generali, sostegno ai più deboli e integrazione dei territori più periferici in un’ottica di sviluppo qualitativo dell’area urbana estesa, la città metropolitana che Milano non è ancora diventata. Su questo terreno c’è ancora moltissimo da fare, e le primarie hanno lasciato in sospeso proprio il nodo più importante: governare Milano, come, perché e per chi. Al candidato sindaco Giuseppe Sala il compito di riannodare le fila di un ragionamento fatto di troppi nodi e molte sfilacciamenti.      
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