nella Città Metropolitana Milanese

Terrorismo e Colonialismo

La Francia sembra essere più che mai determinata a portare avanti la guerra contro il terrorismo, disposta anche a cambiare la sua Costituzione pur di risolvere quello che sembra essere improvvisamente diventato il suo principale problema. Lo stato d’emergenza, dichiarato su tutto il territorio francese in seguito agli attentati di venerdì 13 novembre, è una misura straordinaria che dà poteri speciali ai prefetti e permette di dichiarare il coprifuoco, interrompere la libera circolazione, impedire qualsiasi forma di manifestazione pubblica e chiudere luoghi come le sale da concerto e i bar. Consente inoltre il controllo dei mezzi d’informazione e permette alle forze dell’ordine perquisizioni a domicilio di giorno e di notte. Lo stato di emergenza non può però essere proclamato per un periodo maggiore di 12 giorni e può essere prorogato solo con apposita legge. Lo stato d’emergenza in Francia fu instaurato per la prima volta nel 1955, durante la guerra d’indipendenza dell’Algeria. Era stato dichiarato anche nel 2005, all’epoca delle rivolte delle banlieue. La legge francese del 1955 prevede che il decreto, con il quale il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di urgenza, possa autorizzare le autorità amministrative all’utilizzo di eccezionali poteri di polizia riguardanti la circolazione di persone e di veicoli, il soggiorno di persone, la chiusura di luoghi pubblici, le perquisizioni a domicilio di giorno e di notte, il divieto di riunioni di natura tali da comportare disordini, nonché il sequestro di armi. Prevede altresì la possibilità di adottare tutte le misure volte ad assicurare il controllo della stampa e delle pubblicazioni di ogni natura (la legge è del 1955, in era pre-internet e ora i provvedimenti riguardano anche i siti web) come quelle delle emittenti radiofoniche, delle proiezioni cinematografiche e delle rappresentazioni teatrali. Lo stato di urgenza ha la durata di dodici giorni e ogni suo prolungamento deve essere autorizzato per legge dal Parlamento. Hollande, all’indomani degli attentati di Parigi, con il suo discorso davanti al Parlamento riunito in Congresso, ha attivato l’esame parlamentare al progetto di legge per la proroga di tre mesi dello stato di urgenza, così come aveva già fatto nel novembre del 2005 in occasione della rivolta delle banlieues. Ma Hollande è stato chiaro: intende andare oltre, costituzionalizzando lo stato d’urgenza, e introducendolo direttamente nel testo costituzionale del 1958 mira anche a rafforzare il dispositivo. Ha infatti richiesto di modificare anche un altro dispositivo costituzionale speciale, quello dell’articolo 36 della Costituzione, che regola lo stato d’assedio decretato in Consiglio dei Ministri. Attualmente anche lo stato d’assedio non può superare la durata di dodici giorni e può essere prorogabile solo su autorizzazione del Parlamento; può essere applicato in caso di pericolo imminente derivante da una guerra straniera o da un’insurrezione armata e prevede l’attribuzione di poteri eccezionali di polizia alle autorità militari. In Francia, nello stato che ha fatto della libertà e del rispetto dei diritti civili la sua bandiera e di cui andare tanto fiera, che cosa sta succedendo? Il tema delle libertà fondamentali e il rischio di una loro compressione è un tema che agita gli animi di molti di noi. Tutto dipenderà da come si deciderà di procedere. Certo è che in Paesi come la Spagna, il Portogallo e la Germania, dove specifiche disposizioni costituzionali regolano lo stato di urgenza, si è fatta molta attenzione ad introdurre meccanismi che prevedono da un lato più spazio al controllo parlamentare e dall’altro più garanzie a tutela dei diritti fondamentali. Modificare una Costituzione sull’onda dei sentimenti provocati dagli attentati può essere molto pericoloso. Perché la Francia è disposta a correre questo rischio? Perché la Francia va in Mali a combattere una guerra contro l’ISIS? Per difendere i diritti di una popolazione che in passato è stata una sua colonia? Se devo essere sincera, sino a poco tempo fa non sapevo esattamente dove fosse il Mali; in Africa certo, ma dove? Il Mali è uno stato dell’Africa occidentale senza sbocchi sul mare, è costituito per la maggior parte da deserto e savana e confina a est con il Niger. I francesi iniziarono la colonizzazione del suo territorio nel 1864 e nel 1895 venne integrato nell’Africa Occidentale Francese con il nome di Sudan francese e nel 1960 il Mali ottiene l’indipendenza. Nel 2012, dopo il colpo di stato di Amadou Haya Sanogo, interviene l’ONU e poco dopo anche la Francia su richiesta del presidente Dioncounda Traoré. Partecipano molte altre nazioni occidentali, tra cui anche l’Italia, offrendo ‘supporto logistico all’operazione’. Nell’agosto 2013, sotto il controllo dell’ONU si svolgono le elezioni nominando il nuovo presidente Ibrahim Boubacar Keïta, attualmente in carica. Prosegue la lotta al terrorismo. Il 20 Novembre 2015, pochi giorni dopo gli attentati in Francia, il terrore globale colpisce il Mali. Nella capitale Bamako, contro l’hotel più blindato, il Radisson Blu, viene sferrato un attacco dai jihadisti di Mourabitoun, il gruppo fondato da Mokhtar Belmokhtar, ex comandante di al Qaeda nel Maghreb, corteggiato dal Califfo. Il bilancio è di 20 morti. Il 28 Novembre 2015 un nuovo attentato. La base dell’Onu nel nord-est del Paese viene colpita da diversi razzi, due caschi blu della Guinea e un civile vengono uccisi. L’ex colonia francese è in emergenza. Breve storia del Mali          ex colonie Francesi In figura, in blu le ex colonie francesi dopo il 1946. Dunque la Francia è in prima fila per impedire il dilagare del jihadismo, arginare l’offensiva qaedista e ricacciare i miliziani verso il confine algerino liberando il nord del Mali. Gli obiettivi militari perseguiti dai francesi con l’intervento militare nel Paese africano iniziato l’11 gennaio 2013 sono stati tutti conseguiti con un costo in denaro e in vite umane più che accettabili (almeno fino al 13 Novembre 2015) soprattutto se si tiene conto che le azione militari francesi mirano soprattutto a mettere in sicurezza rilevanti interessi economici. Innanzitutto i giacimenti di uranio del Niger, situati a meno di 300 chilometri dal confine nord orientale del Mali. Le tre miniere francesi (una in costruzione) sono troppo vicine al Mali perché Parigi possa consentire ai jihadisti di consolidare le loro posizioni nell’area. Inoltre l’insurrezione dei tuareg del Mali ha stretti legami con quella in atto da anni in Niger e che minaccia proprio l’area dove si trovano i giacimenti strategici per Parigi. La salvaguardia degli interessi francesi riguarda quindi un’ampia fetta della regione del Sahel, ed è improbabile che Parigi rinunci a presidiare una regione nella quale schiera a tempo pieno importanti contingenti militari in Burkina Faso, Ciad, Repubblica Centrafricana, Niger e nello stesso Mali, dove sono oltre all’uranio stati rilevati giacimenti di gas e petrolio. Le concessioni per lo sfruttamento degli idrocarburi coinvolgono soprattutto giacimenti nel nord che si estendono oltre il confine mauritano per i quali le concessioni sono state assegnate alla francese Total e alla spagnola Repsol oltre che a società algerine, canadesi e angolane. Più probabile quindi che la Francia sostenga il coinvolgimento dell’Onu e di altri Paesi (non solo africani) nella stabilizzazione del Mali, ma senza rinunciare a mantenervi una rilevante presenza nazionale politica, militare ed economica. Non dobbiamo infatti dimenticare che la Francia detiene il singolare primato mondiale di produttore di energia elettronucleare a scopo civile. L’elettricità prodotta dai 58 reattori nucleari operativi nel Paese contribuisce al 74% del mix energetico nazionale. Di fronte al ruolo preponderante ricoperto dal nucleare nel fabbisogno energetico francese, la ricerca e il controllo di giacimenti di “oro grigio” risulta quindi di importanza strategica nazionale. Il Niger e Mali rappresentano attualmente i principali fornitori di uranio necessario al funzionamento dei reattori nucleari, e la società pubblica francese Areva ne estrae circa il 30% necessario alle centrali nucleari nazionali, di cui peraltro gran parte sono localizzate in prossimità dei confini italiani. Areva, il colosso dell’energia atomica controllato quasi interamente dallo Stato francese, gestisce l’intera filiera della produzione di energia: dall’approvvigionamento delle materie prime necessarie, allo stoccaggio delle scorie radioattive; dalla realizzazione e progettazione dei reattori nucleari, alla distribuzione di energia nella rete elettrica nazionale. Areva opera nei giacimenti di uranio attraverso le controllate SOMAIR e COMINAK, di cui il governo nigerino possiede parte delle quote societarie. Una terza miniera, la più grande di tutto il continente, è in fase di realizzazione a 80 km a sud dal sito di Arlit. L’entrata a pieno regime di quest’ultima miniera, stimata in una produzione annua di 5000 tonnellate, permetterà al Niger di posizionarsi al secondo posto tra i produttori mondiali di uranio. In seguito allo scadere delle concessioni per lo sfruttamento di alcuni siti minerari, Areva si è vista impegnata in un lungo processo di rinegoziazione con il governo del Niger, che ha portato ad un incremento della tassazione sull’estrazione di uranio dal 5,5 % al 12%. Questa variazione dell’aggravio fiscale, oltre che porre fine al regime agevolato di cui godeva Areva, rende molto più onerosi i costi di estrazione per la società francese, in concomitanza ad un periodo in cui il costo dell’uranio è calato circa del 50% a causa della crisi di Fukushima (da 140 $/Kg di cinque anni fa agli attuali 70 $/Kg). Inoltre, il Niger ha ottenuto una maggiorazione nella quota dei ricavi estrattivi e ha costretto Areva a sostenere i costi per il rifacimento infrastrutturale di alcuni siti minerari, di alcune strade principali ed in particolare del porto di Cotonou in Benin, sbocco privilegiato di Niger e Mali per la commercializzazione dell’uranio. Negli ultimi anni quindi, la Francia, e con essa la società Areva, in seguito a tali negoziati ha dovuto accettare la perdita di alcuni privilegi ed il ridimensionamento dell’influenza francese nei confronti delle sue ex colonie, in parte dovuta anche all’affermazione di nuovi competitor nella corsa all’uranio quali India, Cina e Corea del Sud. La presenza di più società minerarie ha inasprito la concorrenza, favorendo il potere contrattuale di Niger e Mali. In questo contesto, la Cina, attraverso la realizzazione di infrastrutture e la penetrazione in altri settori commerciali ha migliorato i rapporti bilaterali ed è riuscita a guadagnarsi i permessi per l’estrazione di uranio. Il nuovo piano energetico cinese prevede infatti la realizzazione di 10 nuovi impianti nucleari da qui al 2030, rendendo quindi necessaria la ricerca di provider in grado di soddisfare la domanda del prezioso minerale. Le necessità francesi di approvvigionamento di uranio e la contemporanea crescita delle minacce alla stabilità e alla sicurezza di Niger e Mali impongono al governo di Parigi il ripensamento della propria strategia politica e militare in Africa. Ma non è finita qui! Le miniere di uranio, contengono anche tracce di elementi denominati ‘terre rare’. Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi, piuttosto rari in natura ma cruciali per le nuove tecnologie: si usano per esempio nella produzione delle fibre ottiche, delle batterie elettriche e in generale di tutti gli apparati elettronici, e risultano fondamentali per lo sviluppo di soluzioni tecnologiche a minore emissione e con maggiore efficienza, in particolare per le fonti rinnovabili (solare ed eolico). Il 95% della produzione mondiale di terre rare viene dalla Cina: è quindi molto sentita nel resto del mondo l’esigenza di sfruttare tutte le possibili risorse al fine di ridurre il monopolio cinese. In questa direzione è rivolto un accordo per lo sfruttamento di giacimenti misti che contengono uranio e alcuni elementi delle terre rare: lo hanno firmato la francese Areva, (prima industria mondiale nell’energia nucleare e attiva nel settore minerario dell’uranio), e la multinazionale (Franco-belga–tedesca) della chimica Rhodia, specializzata in terre rare. In base all’accordo le due società condivideranno le rispettive esperienze e competenze, in modo da sfruttare commercialmente giacimenti finora inutilizzati che contengono sia uranio sia alcune delle terre rare. L’accordo offrirà ad Areva la possibilità di accedere a nuove riserve di uranio, e contribuirà a garantire a Rhodia il rifornimento delle materie prime strategiche. È un nuovo passo in direzione della politica di diversificazione delle fonti avviato per assicurare l’accesso alle ambitissime terre rare. Con gli accordi di COP21 si è decretata la fine dell’uso dei combustibili fossili entro il 2050 (e il prezzo del petrolio a meno di 40 $ al barile lo ha già preannunciato da tempo), ma questi accordi comportano anche l’inizio dell’era delle fonti cosiddette alternative e della conseguente ricerca degli strumenti per sfruttarle… La lotta al terrorismo, sebbene giusta, non illudiamoci, nasconde ben altro!
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