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Un agenda per la sinistra e non solo per J.Corbyn

  J.Corbyn   di Mariana Mazzucato, da Repubblica, 8 ottobre 2015 Sette economisti (fra cui Joseph Stiglitz, Thomas Piketty e la sottoscritta) hanno accettato di fare da consulenti economici per Jeremy Corbyn, il nuovo leader del Partito laburista britannico. Mi auguro che il nostro scopo comune sia aiutare il Labour a creare una politica economica fondata sugli investimenti, inclusiva e sostenibile. Metteremo sul tavolo idee diverse, ma voglio proporvi le mie considerazioni riguardo alle politiche progressiste di cui il Regno Unito e il resto del mondo hanno bisogno oggi. Quando il Partito laburista ha perso le elezioni, lo scorso maggio, in tanti, anche esponenti del Governo ombra, gli hanno contestato di non aver saputo interloquire con i «creatori di ricchezza», cioè la comunità imprenditoriale. Che le imprese creino ricchezza è evidente. MA anche i lavoratori, le istituzioni pubbliche, le organizzazioni della società civile creano ricchezza, promuovendo crescita e produttività nel lungo termine. Un programma economico progressista deve partire necessariamente dal riconoscimento che la creazione di ricchezza è un processo collettivo e che gli esiti di mercato sono il risultato dell’interazione fra tutti questi «creatori di ricchezza». Dobbiamo abbandonare la falsa dicotomia “Stato contro mercato” e cominciare a ragionare più chiaramente su quali risultati vogliamo che il mercato produca. Investimenti pubblici “mission-oriented”, con un obiettivo chiaro, hanno molto da insegnarci. La politica economica dovrebbe impegnarsi attivamente per plasmare e creare mercati, non limitarsi a ripararli quando si guastano. Le politiche tradizionalmente considerate “business friendly”, come i crediti di imposta e la riduzione delle aliquote, a lungo andare possono essere nocive per l’attività imprenditoriale. Allo stesso modo, è ora di superare il dibattito sull’austerity e discutere di come costruire collaborazioni intelligenti e reciprocamente vantaggiose fra pubblico e privato, in grado di alimentare la crescita per decenni. Per cominciare dobbiamo investire in istruzione, capitale umano, tecnologia e ricerca. In molti settori gli imponenti progressi tecnologici e organizzativi hanno prodotto un aumento della produttività. Molte di queste innovazioni decisive affondano le loro radici in ricerche finanziate dallo Stato. Per garantire che ci siano progressi anche in futuro, ci sarà bisogno di interventi diretti e investimenti in innovazione lungo l’intera catena dell’innovazione: ricerca di base, ricerca applicata e finanziamenti alle imprese nelle fasi iniziali. Oltre a questo c’è bisogno di una finanza paziente e a lungo termine. Gran parte della finanza attuale è troppo speculativa e troppo focalizzata sui risultati immediati. Per una rivoluzione tecnologica c’è bisogno della pazienza e della dedizione dei finanziamenti pubblici. In certi Paesi, come Germania e Cina, sono delle banche pubbliche a svolgere questo ruolo; in altri, il compito è affidato a organismi pubblici. Una cosa del genere significa anche definanziarizzare l’economia reale, troppo attenta al breve termine. Nell’ultimo decennio, le aziende del “Fortune 500” che operano in settori come l’informatica, la farmaceutica e l’energia hanno speso più di 3mila miliardi di dollari per riacquistare azioni proprie, allo scopo di gonfiare il prezzo del titolo, le stock options e i compensi dei dirigenti. Bisogna ricompensare quelle aziende che reinvestono i profitti in produzione, innovazione e formazione del capitale umano. Il passo successivo è incrementare i salari e il tenore di vita. Fino agli anni 80, gli incrementi di produttività erano accompagnati da aumenti salariali. Il collegamento si è spezzato per effetto della riduzione del potere negoziale dei lavoratori e del crescente orientamento delle aziende verso la finanza. I sindacati sono un elemento chiave per un’efficace governance delle imprese e vanno coinvolti maggiormente nelle politiche per l’innovazione, spingendo per investimenti in istruzione e formazione, i motori a lungo termine dei salari. Anche le istituzioni pubbliche devono essere rafforzate. Per poter prendere decisioni di politica economica audaci c’è bisogno di agenzie pubbliche e istituzioni che siano capaci di assumersi dei rischi. Creare una rete di agenzie e istituzioni decentralizzata e dotata di adeguati finanziamenti, che lavora in collaborazione con le imprese, renderebbe lo Stato più efficiente e maggiormente focalizzato in senso strategico. Anche il sistema fiscale deve diventare più progressivo. Dobbiamo farla finita con l’abbassare le tasse alla cieca, creando scappatoie che consentono pratiche di elusione fiscale, e offrire crediti di imposta che hanno effetti limitati in investimenti e creazione di posti di lavoro. Anche sul debito bisogna cambiare atteggiamento. Invece di focalizzarci sui deficit di bilancio, dovremmo puntare l’attenzione sul denominatore del rapporto debito-Pil. Se gli investimenti pubblici accrescono la produttività di lungo periodo, il rapporto rimane sotto controllo. Nell’Ocse, molti dei Paesi con un rapporto debito-Pil più elevato (per esempio Italia, Portogallo e Spagna) hanno un disavanzo relativamente contenuto, ma non investono efficacemente in istruzione, ricerca, formazione, o programmi di welfare disegnati in modo da facilitare l’aggiustamento economico. La politica di bilancio e la politica monetaria sono importanti, ma solo se abbinate alla creazione di opportunità nell’economia reale. La creazione di moneta, attraverso il cosiddetto quantitative easing , non alimenterà l’economia reale se la nuova moneta finirà nei forzieri di banche che non prestano. E quando le imprese non vedono opportunità, i tassi di interesse non bastano a influenzare gli investimenti. Infine, non dobbiamo aver paura di guidare la direzione dello sviluppo verso un’economia verde. Gli stimoli di bilancio dovrebbero sostenere progetti trasformativi, come quelli che hanno determinato i grandi progressi dell’informatica e delle telecomunicazioni, delle biotecnologie e delle nanotecnologie, tutte aree «prescelte» da un settore pubblico che ha lavorato al fianco delle imprese. Lo sviluppo verde è molto di più delle semplici energie rinnovabili: può diventare una direzione nuova per l’intera economia.  

La passione laica di Pietro Ingrao Intervento di Alfredo Reichlin

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Vorrei esprimere il più grande rammarico per la scomparsa di Pietro Ingrao. Per l’uomo che egli è stato, il grumo di pensieri e di affetti anche familiari che ha rappresentato, ma soprattutto per il segno così profondo e tuttora aperto e vivo che egli ha lasciato nella vita italiana. «È morto il capo della sinistra comunista», così, con questo flash, la Tv dava domenica pomeriggio la notizia. In questa estrema semplificazione e nei commenti di questi giorni io ho visto qualcosa che fa riflettere. Vuol dire che dopotutto questo paese ha una storia. Non è solo una confusa sommatoria di individui che si distinguono tra loro solo per i modi di vivere e di consumare. Ha una grande storia di idee, di lotte e di passioni, di comunità, e di persone, anche se questa storia noi non l’abbiamo saputa custodire. Perché volevamo la luna? Oppure perché non l’abbiamo voluta abbastanza? Non lo so. So però che adesso siamo giunti a un passaggio molto difficile e incerto della nostra storia. E che la gente è confusa e torna a porsi grandi domande e ad esprimere un bisogno insopprimibile di nuovi bisogni e significati della vita. Si affaccia sulla scena una nuova umanità. E io credo sia questa la ragione per cui la morte di Pietro Ingrao (un uomo che taceva da quasi 20 anni) ha così colpito l’opinione pubblica. Perché era di sinistra? Di questa antica parola si sono persi molti significati. E tuttora non quello fondamentale: la lotta per l’emancipazione del lavoro, il cammino di liberazione dell’uomo dalle paure e dai dogmi; la libertà dal bisogno e al tempo stesso la assunzione di responsabilità verso gli altri. Forse mi sbaglio ma sento rinascere il bisogno di uomini che pensano e guardano lontano, che dicono la verità, che non sono dei rompiscatole, che certamente si rendono conto che il vecchio non può più ma vedono anche lucidamente che il nuovo non c’è ancora. E che perciò si interrogano su come riempire questo vuoto molto pericoloso, il lacerarsi del tessuto che tiene insieme popoli e Stati. Pietro Ingrao non ci ha dato ovviamente la risposta a questi quesiti ma ci ha detto una cosa fondamentale: che la politica non si può ridurre a mercato o a lotte di potere tra le persone. Che ad essa bisogna dare una nuova dimensione, anche etica e culturale. Questa è la lezione di Pietro Ingrao. Una lezione che resta, e anzi appare più che mai necessaria. E’ la riscoperta della politica non come mito e orizzonte irraggiungibile ma come consapevolezza della propria vita. La più grande passione laica: la costruzione di una nuova soggettività, e quindi di uno sguardo più profondo attraverso il quale leggere le cose, la realtà. E quindi agire. Per assumere il compito che la vicenda storica reale pone davanti a noi. Tutti parlano di Ingrao come l’uomo del dubbio. Lo farò anch’io. Ma prima di tutto Pietro, per me, è stato questo: la fusione tra politica e vita, la politica come storia in atto. Noi volevamo la luna? In effetti di parole troppo grosse come rivoluzione non si parlava mai. Si parlava molto però, e con enorme passione, della lotta per cambiare il tessuto profondo, anche culturale e morale, del paese. L’idea di un avvento delle classi lavoratrici al potere per una propria strada. L’essenziale era partire dagli ultimi, come renderli protagonisti e come dar vita a nuove strutture sindacali, politiche, culturali, cooperative. Come non lasciare gli uomini soli di fronte alla potenza del denaro. Questa fu la nostra grande passione. Immergersi nell’Italia vera, aderire a «tutte le pieghe della società». E questa passione io non l’ho vista in nessuno così assillante come Pietro Ingrao. Fu Pietro Ingrao, una mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza. È tutto qui il famoso uomo del dubbio. Non era uno scettico: voleva capire. Non era un ingenuo, sapeva lottare e colpire (dirigeva dopotutto un grande giornale popolare che era un’arma formidabile) ma sapeva che per vincere bisogna prima di tutto capire quel tanto di verità che c’è sempre, in fondo, e in qualche misura, nel tuo avversario. Insomma, l’egemonia. Ingrao l’uomo giusto. Credo che questo spieghi il paradosso per cui colui che le dicerie consideravano il delfino di Togliatti è lo stesso che comincia a sentire l’insufficienza della grande lettura togliattiana dell’Italia come paese arretrato in cui il compito storico dei comunisti era risolvere le grandi «questioni» storiche: il Mezzogiorno, la questione agraria, il rapporto col Vaticano. Questa lettura, nell’insieme, non riusciva più a dare conto delle trasformazioni che cominciavano a cambiare radicalmente il volto dell’Italia: il passaggio da paese agricolo a paese industriale, una biblica emigrazione che svuotava le campagne del Sud, l’avvento dei consumi di massa, la rivoluzione dei costumi. Poi ci furono molte altre vicende e anche rotture. Le nostre strade si divaricarono. Fummo tutti travolti dalla contraddizione lacerante tra la potenza crescente dell’economia che si mondializzava e con i mercati senza regole che governano le ricchezze del mondo e il potere della politica che non riesce a darsi nuovi strumenti sovranazionali. Ma questa è materia ormai degli storici. È la mondializzazione, il terreno nuovo su cui se fosse ancora tra noi Pietro Ingrao ci inviterebbe a scendere. Una cosa è certa. Abbiamo bisogno di nuovi dubbi e di nuove analisi. Abbiamo bisogno di nuovi giovani come Ingrao. Sono le cronache delle tragedie disperate dei migranti le quali ci dicono che si sta formando una nuova umanità. Abbraccio i figli, la sorella, i nipoti e i pronipoti del mio vecchio amico, che da stasera riposerà in pace nella sua Lenola.

La “mala educaciòn” di Fabio Pizzul

pizzul1   Venerdì 2 ottobre il consigliere regionale Fabio Pizzul gareggerà con la Lega Nord di Paderno,con il Sindaco trasformista di Forza Italia e con il fantomatico Partito di Italia Nuova sul tema  “tasse e impresa”. Immagino che dirà cose diverse dall’on.Giorgetti e dalle posizioni della Lega e del Centro Destra.     Andrà all’Auditorium di Paderno Dugnano per confrontarsi e convincere gli uditori locali. Noi non saremo tra costoro per tre buoni motivi: 1.Non comprendiamo l’opportunità politica che ha spinto il  consigliere regionale del PD a confrontarsi con le posizioni della Lega in una sede locale come Paderno; 2.La sua presenza finirà per dare spazio alla demagogia anti-tasse del sindaco Alparone che già si vanta,a sproposito, di suo. E’ fatto salva –ovviamente- la libertà del consigliere regionale di fare quello che vuole; 3.Siano sbigottiti della “mala educaciòn” del consigliere regionale per non aver avvisato né la segretaria né il capogruppo del PD di Paderno(è quanto abbiamo appreso nella riunione pubblica degli iscritti del 29 settembre). Pertanto,pur essendoci simpatico codesto consigliere regionale, ci avvaliamo della stessa libertà di non andare  né ad ascoltarlo né a dargli il benvenuto nella nostra città. E non ci dimenticheremo di questa scortesia,relativa se non alla buona “educaciòn” politica, almeno a quella personale.